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Nuovi stadi, nonluoghi simbolo dello sport moderno

17 Marzo 2008

Copio un articolo che ho scritto per euro08.noblogs.org diario da un paese nel pallone. Qui il link diretto all’articolo originale.


Nel corso degli anni la macchina economica che è penetrata pure nel
mondo dello sport ha portato le società sportive a configurarsi sempre
più come vere e proprie imprese economiche. Squadre quotate in borsa,
contratti miliardari con sponsor e televisioni, giocatori pagati a peso
d’oro.
Il business dello sport moderno sta avendo ovvie ripercussioni pure sul
modo di fruire e concepire dei momenti di aggregazione come quello di
andare allo stadio. Le partite si guardano principalmente alla
televisione, la vittoria della propria squadra del cuore oltre ad un
istante di effimera felicità potrebbe regalare una corposa vincita
proveniente dal curcuito delle scommesse (a volte clandestine a volte
legali, a dipendenza se è lo stato o meno a promuoverle).

Cambia anche il modo con cui le società sportive guardano al loro
pubblico: non più e non solo come appassionato tifoso ma soprattutto
come potenziale consumatore. Lo sport inteso quindi come fonte di
guadagno, un’entità che entra a far parte a tutti gli effetti delle
logiche di mercato e come tale necessita di proprie e specifiche
strategie di marketing e di gestione.
Tra i vari aspetti legati a questo cambiamento nella concezione dello
sport, vi è pure quello logistico ed infrastrutturale. Questa nuova
concezione di manifestazione sportiva ha quindi portato alla necessità
di un ripensamento e di una riprogettazione dei luoghi tradizionali in
cui l’evento sportivo viene fruito: lo stadio.
Lo stadio da luogo di socializzazione, svago ed incontro diventa luogo
di intrattenimento totale in cui la partita diventa semplicemente una
delle tante attrazioni che questa infrastruttura offre e di cui lo
spettatore-consumatore può usufruire.
Mentre fino ad un decennio fa lo stadio veniva inteso come luogo di
socializzazione, ora per manager e dirigenti la manifestazione
sportiva, come qualsiasi altro soggetto economico, deve essere
fruttuosa in termini monetari.


Si sente spesso dire che lo stadio ed in modo particolare le curve
rappresentino un riflesso di uno spaccato di società molto importante.
Ma è ancora attuale questa affermazione?
Molto probabilmente sì, infatti gli aspetti che verranno presi in
considerazione qui di seguito si possono ritrovare pure nel contesto
più ampio della vita quotidiana di ogni persone.

La stadio costituisce quindi "un osservatorio sociale di grande utilità
che va affrontato immergendosi al di là dei facili moralismi"[1] e i
nuovi stadi rappresentano degli spazi che Marc Augé nella sua
introduzione ad un’antropologia della surmodernità difinisce come
nonluoghi.

"Se un luogo può definirsi identitario, relazionale, storico, uno
spazio che non può definirsi né identitario, né razionale, né storico
definirà un nonluogo" [2]. E ancora: "con nonluogo stiamo indicando due
realtà complementari ma distinte: quegli spazi costituiti in rapporto a
certi fini (trasporto, transito, commercio, tempo libero) e il rapporto
che gli individui intrattengono con questi spazi" [3]. "Lo spazio del
nonluogo non crea quindi né identità singola, né relazione, ma
solitudine e similitudine"[4]


Partendo da questa definizione molti sono gli elementi che permettono
di riconoscere e definire i nuovi stadi e la relazione che i tifosi
instaurano con essi come dei paradigmi dei nonluoghi della
surmodernità, e queste caratteristiche sono poi facilmente traslabili
ad altri spazi della vita quotidiana come le nuove piazze e i vari
centri commerciali.

Tra gli aspetti più palesi vi è sicuramente la scelta dell’ubucazione
degli stadi. Non più nei centri urbani dov’erano originariamenti
ubicati, ma trasferiti in periferia senza più nessun legame storico e
relazionale con il territorio circostante. Emblematico è l’esempio del
Sud Africa e di Città del Capo dove, in vista dei Mondiali di calcio
del 2010 è in fase di progettazione la costruzione di uno stadio
faraonico nella parte periferica più povera della città sudafricana
dove, manco a dirlo, verrà spazzata via la più grande bidonville della
metropoli. L’aspetto estetico magari ne gioverà pure, ma quale sorte
toccherà alle migliaia di persone che su quel territorio, seppur in
condizioni pessime e precarie, vivevano?


Un secondo aspetto da tenere in considerazione riguarda lo stadio in
sè. Da patrimonio pubblico (generalmente gestito dai comuni), i nuovi
stadi stanno via via diventando di dominio privato. Grandi
multinazionali, vedendo possibilità di sfruttamento a fini commerciali
di questi luoghi, hanno iniziato a ristrutturare o costruire nuovi
stadi il cui motto può essere racchiuso nello slogan: Komfort, Kommerz, Kontrolle.
La relazione che il tifoso ha con questo nuovo tipo di stadio e con
l’evento sportivo in sè cambia radicalmente. La presenza di telecamere
e di regolamenti degni delle caserme dei più "efficienti" eserciti non
permettono al tifoso di esprimersi liberamente (non si sta parlando di
tolleranza verso manifestazioni di violenza gratuita, ma di leggi
assurde come ad esempio quella che in inghilterra vieta ai tifosi di
alzarsi dal proprio seggiolino durante la partita per incitare la
propria squadra, oppure il divieto di portare allo stadio striscioni o
bandiere che non facciano parte del marchandising ufficiale rivenduto
della propria squadra del cuore). La presenza invasiva degli sponsor
che in cambio del loro contributo monetario pretendono sempre più
visibilità sia sugli spalti sia sui teleschermi delle reti, che a suon
di miliardi si sono accapparrati i diritti televisivi, trasformano i
tifosi in burattini che veicolano il loro messaggio pubblicitario.
Mentre storicamente erano i tifosi ad organizzare "lo spettacolo" sugli
spalti, con come unico fine quello di supportare la propria squadra del
cuore, ora sono i grandi sponsor, soprattutto nelle grandi
manifestazioni sportive, ad avere il monopolio delle gradinate: basti
ricordare le bandierine rossocrociate con in bella mostra il nome delle
aziende che le hanno sponsorizzate e che i tifosi della nazionale
rossocrociata sventolano con orgoglio, non rendendosi nemmeno conto di
essere sfruttati per veicolare i vari messaggi pubblicitari che le
varie televisioni non mancheranno di mettere in bella mostra.
Vi è inoltre tutto l’aspetto commerciale: allo stadio non si va più
solo a vedere la partita, ma diventa luogo dove poter fare la spesa,
nutrirsi ed addirittura tagliarsi i capelli. Questo nuovo business va a
sopperire la diminuzione delle entrate e dei posti disponibili,
soprattutto quelli popolari dove i prezzi sono storicamente più bassi
(stadi più piccoli per adeguarsi allo scenario televisivo e al
tele-tifoso), e a coprire i costi di gestione di questi nuovi stadi, la
cui fisionomia del nuovo tifoso, richiede alti standard di confort e
servizi.
Ridisegnando la struttura degli stadi e ridefinendo il rapporto con i
propri spettatori (o clienti) la tendenza è quella di allontanare il
tifoso attivo disaffezionandolo alla propria squadra e di trasformare
lo stadio in un luogo asettico, dove gli spettatori usufruiscono
passivamente del servizi offerti: finché la qualità dello spettacolo
resterà alta gli spettatori affolleranno gli spalti, quando questa
dovesse venir meno, allora cambieranno squadra o intrattenimento così
come, in un regime di libero mercato, cambierebbero ristorante o
supermercato.

La trasformazione dello stadio in luogo di "tante attrazioni", a metà
tra il parco divertimenti e i moderni centri commerciali, finisce
quindi per cancellare lo stadio come luogo identitario e di socialità
privilegiato in cui, in nome di un valore condiviso, la fede nei colori
della squadra, si ritrovano e si rincontrano persone di cultura,
estrazione e formazione diverse, unite in modo altrove impensabile da
un legame profondo con la squadra che in quel momento ed in quel luogo
rappresenta l’intera comunità.

Un ultimo appunto: storicamente è l’organizzazione di competizioni
internazionali come ad esempio gli europei di calcio a fungere da
catalizzatore di tutti questi cambiamenti… benvenuto Euro08…

[1] Mantegazza R.,(2000)  Una città per narrare, Moltemi, Roma, p.43
[2] Augé M.,(1993)  Introduzione ad una antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano, p.73
[3] Ivi. p.87
[4] Ivi. p.95


 

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