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Il lato oscuro di Google

3 marzo 2009

di Om e Leo, pubblicato su Voce Libertaria
di marzo ’09

Apro la pagina di Google, digito "voce
libertaria", clicco "cerca" ed in una frazione di secondo mi
appaiono 4’623 risultati. Sbalorditivo pensando che il giornale che ospita
questo articoletto, non ha nemmeno un sito web.

Il punto G
Google è il motore di ricerca più conosciuto ed utilizzato nel mondo e
rappresenta, per quasi tutti noi, il punto di accesso con internet. Nonostante
la continua crescita di Google esso non riesce ad indicizzare tutto quello che
è realmente presente nel web, la nostra ricerca è quindi circoscritta solo ad
un numero limitato di fonti. Le informazioni presenti nella rete, per arrivare
fino a noi, vengono trovate (e quindi selezionate attraverso dei filtri) dal
complicato e segreto algoritmo chiamato PageRank che organizza la ricerca in
Google. Si stima che il 70% di tutte le ricerche su internet passino da li. Per
rendere più chiaro l’agire di questo algoritmo possiamo immaginarcelo come
fosse il bibliotecario che, ad una mia richiesta, attinge da un’amplissima
biblioteca i testi che ritiene più opportuni e me li presenta nell’ordine che
ritiene migliore. È per questo che se provo a cercare sulla pagina cinese di
Google "Tien A Men" i risultati che mi appariranno saranno
diametralmente diversi da quelli che troverei se facessi la stessa richiesta
(in gergo una query) ad altre pagine di Google nel mondo. In pratica il
"bibliotecario" cinese è stato istruito per non consegnarmi le
informazioni che il governo ritiene "scomode".

Dietro la sobrietà dell’interfaccia
L’accesso diretto, senza mediazione, alla mole d’informazione presente sul web
è assolutamente impossibile, anche solo in via ipotetica: sarebbe come
sostenere di poter sfogliare il Web "a mano". Per questo esistono i
motori di ricerca, per filtrare la complessità della rete e fungere tra noi e
l’informazione, risolvendo delle ricerche.
Tuttavia, anche se i database di Google sono enormi, non potranno mai essere
completi e totali, indipendentemente da quanto tempo, denaro e tecnologie si
investano. È assurdo pensare di poter conoscere, o più banalmente copiare e
catalogare, tutto Internet: sarebbe come pretendere di conoscere l’interezza di
un mondo vivo e in costante mutamento. Dobbiamo quindi tenere sempre ben
presente che i risultati delle nostre ricerche sono ben lungi dall’essere
"oggettivi".
Le ricerche di Google sono il risultato di una delega: uno strumento in grado
di offrirci la possibilità di trovare "qualcosa" di utile e
interessante tra le molte risorse contenute nel suo patrimonio, che viene
spacciato per la "totalità" del Web. Vengono però completamente
sottaciuti i limiti di queste luccicanti offerte: ciò che è assente dal
patrimonio, o ciò che è presente solo in parte e, soprattutto, tutto quello che
è stato "scartato".
Viene quindi evidenziato uno spinoso problema etico e politico sulla gestione
delle informazioni: quale soggetto può garantire la correttezza di un’azienda
che, per quanto "buona", ha come obiettivo primario il profitto?


Profilazione: Google non è gratis!
Google è un campione nella schedatura dei dati dei suoi utenti. Ed è proprio di
questo tema che alcuni militanti del gruppo di ricerca "ippolita.net"
hanno discusso lo scorso novembre, nel corso della serata "The Dark side
of Google" organizzata da 

Indymedia nell’ambito
del LIP (il
Laboratorio d’Informatica Popolare) al CSOA
il Molino
 di Lugano.
La profilazione (e la raccolta dati in generale) è il modo con cui Google,
colosso con sede in California, quotato in borsa per svariati miliardi di
dollari, fa i soldi. Google ci attira nelle sue pagine offrendo servizi
utilissimi, altamente funzionali, veloci ed accattivanti. Ricerca, soprattutto
ma non solo, anche caselle e-mail con spazio praticamente illimitato, mappe
dettagliatissime, gestione dei feed, video (Youtube è stato recentemente
comperato da Google), la piattaforma Blogspot e tanto altro. Tutti questi
servizi non sono che delle "esche" per attirarci fra le maglie della
grande G, ogni nostra interazione con tutte queste opportunità apparentemente
"gratuite" viene dettagliatamente monitorata e schedata.
Google non è gratis quindi, i suoi servizi non li paghiamo con il denaro, ma
con due altri tipi di moneta: da una parte cediamo informazioni su noi stessi,
i nostri gusti, i nostri interessi e i nostri desideri e dall’altra invece
paghiamo con "istanti di attenzione" che Google rivende poi ai suoi
inserzionisti.

I biscotti avvelenati dell’industria dei meta-dati


Al nostro primo accesso in Google, il sistema salva automaticamente nel nostro
computer un file (detto cookies, o biscotto) contenente un numero
identificativo univoco che gli permette di far coincidere tutto il traffico
proveniente da quel computer con una singola persona. Questo permette a Google
di profilare in maniera incredibilmente dettagliata la nostra attività online.
Non solo le parole che cerchiamo ma anche, se usiamo Gmail o se qualcuno fra i
nostri contatti lo usa, quali sono i nostri contatti e le nostre conversazioni,
se usiamo i servizi maps o heart quali sono i nostri luoghi d’interesse, se
usiamo Google news è facile capire quali giornali leggiamo, con Youtube possono
capire quali video ci piacciono e che tipo di musica preferiamo. Utilizzando
Google docs (una suite di programmi online simile ad Office) diamo in pasto
all’azienda i documenti che scriviamo e leggiamo, scaricando Google desktop
invece permettiamo di scansionare ed archiviare tutto quanto è presente nel
nostro computer.
Anche visitando siti che, pur non appartenendo a Google, presentano le sue
pubblicità o il suo servizio di statistica, forniamo dati. Tutta questa
curiosità non è segreto, fra le norme che dobbiamo accettare prima di
utilizzare questi servizi, è esplicitata l’indicazione che "Google
raccoglie dati personali (…) Possiamo combinare le informazioni fornite con
informazioni provenienti da altri servizi di Google o fornite da terzi allo
scopo di acquisire una maggiore conoscenza dell’utente.
"

Che se ne fa Google di tutti questi dati?


Per ora questa immensa mole di dati raccolti viene usata principalmente per
proporci pubblicità mirate chiamate "AdSens". Sono quelle piccole
porzioni di testo che appaiono accanto ai risultati della ricerca o in certi
siti web e che ci propongono di acquistare proprio quello che stavamo cercando.
È grazie all’analisi dei nostri dati e delle nostre incursioni online che
Google ci può fornire pubblicità così pertinenti. Google si occupa di mettere
in contatto l’inserzionista con milioni di utenti potenzialmente interessati al
prodotto pubblicizzato. Ma non si limita alla pubblicità, il tutto è usato
anche per ricerche di mercato e per scopi statistici non meglio precisati.
Queste informazioni rimangono stoccate in eterno nei server di Google a
disposizione di stati, polizie e corporation. Pronti ad essere venduti o ceduti
a terzi per scopi che è fin troppo facile ipotizzare. Al contrario delle
schedature politiche elvetiche, apparentemente smantellate negli anni scorsi,
che erano organizzate in archivi pachidermici e poco usabili, le informazioni
di Google sono perfettamente accessibili con una semplice ricerca in pochi
attimi. In attesa del dittatore di turno che prenderà il potere e deciderà di
sterminare tutti coloro che, per esempio, amano i gatti e si chiederà: "perché
non partire dal database di Google per stilare le mie liste?
".

La tendina della doccia


Pensi di non aver nulla da nascondere? Certo, ma allora perché quando fai la
doccia tiri la tenda? La privacy in rete è un diritto che deve essere garantito
a tutti, bisognerebbe iniziare a scardinare l’assunto per cui da un maggior
controllo si ottenga una maggior sicurezza. Uno stile critico e sobrio rispetto
alla tecnologia è assolutamente d’obbligo. Quando qualcuno ci offre sul web
qualcosa di gratuito dovremmo insospettirci. Quando assistiamo ad una tale concentrazione
di informazioni nelle mani di un unico attore è il momento di provare a fare
qualcosa. Anche la sola presenza di una banca dati delle dimensioni di quella
di Google, rappresenta un rischio per le libertà civili e per la privacy
individuale. È per questo che sono stati pensati dei sistemi di
"autodifesa" che hanno il sicuro beneficio di aumentare la nostra
consapevolezza online. Per esempio il plugin per Firefox "TrackMeNot"
che genera tutta una serie di ricerche casuali su Google per cercare di
"intorbidire" il nostro profilo, oppure “Scookies”, progetto di acari
italiani che serve a "scambiare" i cookies, i file che ci
identificano rispetto a Google, in modo da generare caos e contaminare la
purezza dei profili raccolti.

In buona compagnia


Ma non solo Google ha questa passione per i nostri dati personali: il
cosiddetto "web 2.0" che comprende tutti i servizi che ospitano
contenuti prodotti dagli utenti (Myspace, Facebook, Flikers, eccetera) seguono
le stesse logiche. Una soluzione almeno parziale c’è: vale la pena affidare i
propri materiali a progetti che garantiscono una certa etica, come il network
di inventati/autistici che fa dell’anonimato e della "non conservazione di
dati", uno dei suoi punti di forza.

ll capitalismo morbido di Google

"Don’t be evil" (non essere cattivo) è il motto che Google ha fatto
proprio. Grazie ad un’oculata gestione della propria immagine, i due ideatori
di Google hanno creato un gigante all’apparenza buono. Gli uffici di Google
sono un luogo "diverso" dalle altre postazioni di lavoro, un luogo
nuovo, il posto ideale per le menti migliori.
Lavorare per Google è il sogno di qualsiasi informatico. Un elenco ufficioso
delle amenità che le sedi di questo colosso nascondono è d’obbligo: palestre
aziendali, piscine, cibo gratis nelle mense/ristoranti aziendali, drink e snack
gratis ovunque (basta con la schiavitù delle macchinette a pagamento! Google
paga tutto!); campi da pallavolo, basket e spazi all’aria aperta per fare
sport, monopattini a motore per spostarsi tra i vari edifici. Ma queste sono
solo inezie, rispetto all’asilo e alle scuole elementari aziendali per i bimbi
dei dipendenti, completamente gratuiti, o allo studio dentistico, ovvero un
camion trasformato in studio dentistico mobile: in un Paese come gli USA, in
cui l’istruzione e la sanità sono un lusso per pochi, si tratta di opportunità
ancor più incredibile. La filosofia è quella del "be Google" (sii
Google) dove il senso di appartenenza all’azienda è ragione di orgoglio da
rivendicare.
Si tratta di una pratica avanzata di capitalismo morbido dell’abbondanza: una
strategia di controllo biopolitico in senso stretto, che propina ambienti di
lavoro confortevoli, pacche sulle spalle e gratificazioni ai dipendenti. I
lavoratori, soddisfatti e lusingati, sono contenti di farsi sfruttare e
diventano i maggiori sostenitori dell’azienda, fieri di propagandare
un’immagine vincente e "buona".


 

::Approfondimenti:: 

– Il libro di Ippolita, "Luci e ombre di Google",
edito dalla Feltrinelli che approfondisce questo e molti altri temi è
scaricabile gratuitamente in pdf grazie ad una licenza copyleft dal loro sito.

– La registrazione audio della presentazione tenuta
al 
CSOA il Molino è
invece disponibile sul sito del 
Laboratorio
d’Informatica Popolare

Categorie:Libri, Mondo digitale Tag:
  1. 3 marzo 2009 a 17:21 | #1

    Ho postato anche io il vostro articolo, complimenti!

  2. 3 marzo 2009 a 16:42 | #2

    Grande! Ho visto che anche yabasta ha ripreso i l post… http://yabasta.noblogs.org/…ato-oscuro-di-google

    ciao!

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