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Carovana di Sport sotto l’assedio – report Gaza –

17 aprile 2007
Sport per la pace, sport per il dialogo, sport per la socializzazione e conoscenza fra popoli… sport per rompere l’assedio che purtroppo continua a caratterizzare quel fazzoletto di terra chiamato Palestina.

Per chi scrive la partecipazione alla carovana di Sport sotto l’assedio è stata la prima opportunità di recarsi in Palestina e poter vedere con i propri occhi gli effetti dell’assedio israeliano e delle conseguenze di certe scelte politiche nei confronti della popolazione civile palestinese. Ed è proprio di quest’ultima che vorrei parlare, dei volti dei bambini, dei loro racconti, delle loro drammatiche storie, del profumo di ingiustizia che aleggiava nell’aria in questa zona dimenticata e messa sotto attacco e punizione per le scelte e la resistenza che il popolo palestinese continua a dimostrare.
Perché le conseguenze del cinismo politico sono un popolo che nella Striscia di Gaza vive in una prigione a cielo aperto sotto embargo internazionale. Una prigione che non da spazio alla crescita, impedisce la libera circolazione delle persone e non permette lo svolgimento delle normali attività quotidiane come ad esempio la pratica di uno sport. Un embargo contro il governo, ma che naturalmente si riflette, con conseguenze disastrose, sulla popolazione civile!

Il clima ostile nei confronti di chi vuole solidarizzare con il popolo palestinese lo si inizia a respirare già a Tel Aviv, dove alla dogana dell’aeroporto iniziano una serie di accurati controlli ai passaporti e domande sul perché del nostro arrivo e sulle nostre intenzioni. Ma questo non sarà che un piccolissimo assaggio rispetto alle procedure dei militari israeliani incontrate più avanti.
Che il check point di Eretz non fosse un luogo di transito e controllo qualunque lo si sapeva, ma il clima surreale che si respirava all’interno del terminal (gli israeliani lo chiamano così…) per l’inizio di interminabili, estenuanti e minuziosi controlli delle nostre identità e martellanti domande sul perché della nostra intenzione di recarci a Gaza era veramente impressionante.

Fortunatamente all’arrivo dall’altra parte del muro anche degli ultimi componenti della carovana, dopo ben 5 ore di attesa, possiamo tirare un respiro di sollievo e recarci all’uscita del tunnel dove una folta delegazione di palestinesi ci aspettava da ore.

Le contraddizioni di questa terra emergono immediatamente. I primi edifici distrutti dai bombardamenti israeliani e il lungo muro eretto attorno alla striscia di Gaza fanno da sfondo ai sorrisi e agli abbracci con i palestinesi che ci attendevano. Pure la presenza dei militari palestinesi, che ci scorteranno durante ogni nostro spostamento, ci ricorda che la situazione in Palestina è drammatica.

Durante il nostro soggiorno a Gaza alloggiamo in un ostello all’interno dello stadio nazionale. Lo stesso stadio che un anno fa, poche settimane prima dell’arrivo della scorsa carovana, fu vittima di un duplice bombardamento da parte dell’aviazione israeliana. Ora il campo da gioco è stato risistemato, e il fatto di poter disputare una partita proprio in questo stadio è già una piccola vittoria.
Come spiegarono alcuni ragazzi palestinesi ai componenti della scorsa carovana, “bombe e missili vengono lanciate per radere al suolo gli oliveti, abbattere le case e uccidere persone, ma nessuno ne parla. Nel caso del bombardamento dello stadio, invece, abbiamo visto l’occidente prendere una ferma posizione di condanna nei confronti degli israeliani come non accadeva da anni”. La potenza del calcio…

Durante i 5 giorni nella Striscia di Gaza, oltre alle partite di calcio contro le delegazioni palestinesi,  abbiamo avuto l’opportunità di incontrare diverse realtà in rappresentanza della società civile palestinese. Abbiamo incontrato il ministro palestinese dello sport, il presidente e gli studenti dell’università di Al-Aqsa, l’Associazione per lo sviluppo e la ricostruzione (PADR), legata al Fronte popolare per la liberazione della Palestina (che pur appoggiando il nuovo governo di unità  nazionale non ne fa parte), il presidente della Federazione palestinese del calcio, affiliata alla Fifa ed alcuni giocatori della nazionale under 19 e naturalmente, soprattutto a Jabalia e durante le partite di calcio, molti ragazzi e ragazze palestinesi.

Molto toccante è stato il pomeriggio trascorso a Jabalia, campo profughi inglobato nella città di Gaza, famoso per essere uno dei luoghi più densamente popolati al mondo (in 5 kmq ci vivono 120 000 persone) e il luogo dove nel dicembre del 1987 iniziò la prima Intifada. A Jabalia dopo essere stati ospiti del Alasria cultural center dove abbiamo assistito a degli spettacoli di musica e di danza popolare e potuto parlare con la popolazione locale, ci siamo recati all’ospedale Alawda dove abbiamo incontrato l’Union of Health Work Committees. L’UHWC è un’associazione non governativa nata nel 1985 il cui slogan è: “la sanità è un diritto per chi ne ha bisogno” e che si è posta come obiettivo quello di fornire assistenza gratuita ai feriti delle incursioni israeliane, ai familiari dei prigionieri e alle donne vedove o separate. Paradigmatico della situazione precaria in cui questo popolo riveste è quanto successo mentre ascoltavamo la presentazione dei medici: nell’ospedale è saltata la corrente. Fortunatamente nell’infrastruttura sanitaria erano presenti dei generatori quindi il disagio è stato minimo, ma possiamo immaginare che nelle case dei civili la situazione sia ben diversa e purtroppo una costante di chi vive sotto assedio militare…

Altro momento molto particolare è stata la visita all’università di Al-Aqsa dove, davanti a centinaia di persone stipate ovunque si è svolta la prima partita di calcio femminile della carovana. Prima, durante (tra un coro e l’altro…) e dopo la partita, sugli spalti c’è stata la possibilità di parlare con gli studenti dell’università. Quello che più ha colpito da questi incontri è stata la lucidità e la consapevolezza che questi ragazzi e ragazze hanno del fatto di vivere una situazione di palese ingiustizia, della tenacia con cui continuano a resistere e soprattutto della grande speranza che ripongono in noi come internazionali interessati alla causa palestinese per sovvertire questo stato di cose.

Nonostante prima della partenza avessi già intenzione di scrivere qualcosa su questa mia esperienza con la carovana di Sport sotto l’assedio, il piccolo gesto di scrivere dei brevi report come questo l’ho sentito quasi come un obbligo morale nei confronti di tutti quei ragazzi e quelle ragazze incontrati a Gaza. Infatti sono state innumerevoli le richieste fatteci di raccontare ai nostri amici, nelle scuole ed ai media quello che avevamo visto e sentito…
…per sfidare l’indifferenza di chi vorrebbe lasciare, ancora una volta, questo popolo solo.

Categorie:Sport rebelde Tag:
  1. 20 aprile 2007 a 15:53 | #1

    Grande karletto!
    Un saluto a te e a tutto il contingente orobico della carovana!
    ciaoo

  2. 20 aprile 2007 a 6:14 | #2

    Grande articolo del contingente ticinese della Carovana 07.
    Instilliamo dubbi, coltiviamo informazione, seminiamo la solidarietà… Free Palestine!

    [e forza Ambrì!]

  3. Mau
    18 aprile 2007 a 0:07 | #3

    Dal Chipas alla Palestina … GBB OVUNQUE!!!
    MIAOOOOOO

  4. 17 aprile 2007 a 14:48 | #4

    bravo, alanino.
    è proprio un bell articolo e scritto anche molto bene…
    ciau sa sentum.
    giovannino.

    free palestine

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